Microcorso di scrittura creativa

Un microcorso di scrittura creativa (quattro ore in totale) si è tenuto in febbraio all’Istituto Superiore Statale “Alessandro Greppi” di Monticello Brianza. Ogni studente, guidato da Claudia Molteni Ryan, ha elaborato un racconto ispirato a un’opera d’arte.

Qui di seguito alcune delle storie.

Fortunato Depero, Subway

Fortunato Depero, Subway

La metropolitana

Sono le 7.20. È tardi, anzi tardissimo. Mi sistemo la cravatta alla bell’e meglio, indosso la giacca ed esco di corsa lasciando la porta di casa aperta. Quindi torno indietro, la chiudo e mi incammino con passo piuttosto affrettato verso la fermata dell’autobus, ma mi rendo conto che sfortunatamente quello delle 7.32, quello che di solito prendo, è appena passato e non ne arriverà un altro prima di trenta minuti. Peccato che io per quell’ora dovrei già essere dietro ad una scrivania a timbrare montagne di documenti per poi fotocopiarne altrettanti: è la fortuna di essere uno stagista. Così per oggi sono costretto a dirigermi e scendere verso la bocca dell’inferno, si, perché proprio di inferno si può parlare, soprattutto durante l’ora di punta. Sebbene l’entrata disti solo cento metri da casa sono solito a prendere l’autobus, forse perché è più rilassante o forse perché, semplicemente, non ho la minima voglia di sentirmi una talpa che cerca disperatamente l’uscita giusta; non so ancora bene il perché . Invece oggi mi avvio verso l’entrata e inizio a scendere le scale: sono tante, strette e scivolose. La luce del sole viene pian piano sostituita da quella artificiale delle lampadine, che creano un’atmosfera alquanto inquietante; per di più qua sotto c’è un’aria irrespirabile che è carica dell’ansia, della fretta, del puzzo e dell’indifferenza della gente: ora riesco a ricordare perché non prendo la metropolitana. Devo assolutamente riprendermi, non posso certo permettermi di arrivare tardi, altrimenti altro che montagne di documenti, se va bene potrei ancora essere impiegato come ragazzo delle consegne. Così chiedo gentilmente ad una signora di indicarmi la direzione per la linea 4 ma facendo finta di non vedermi prosegue imperterrita versa la sua meta. Ritento con un paio di uomini sulla quarantina che seccamente mi dicono di arrangiarmi dal momento che “non ne sono a conoscenza” e così faccio: non posso fidarmi di niente e di nessuno, impossibile incontrare gente per bene in questo mondo governato dal caos. Fortunatamente, dopo un’altra serie di rampe interminabili, riesco finalmente a raggiungere il binario, ma improvvisamente inizia a girarmi la testa e mi sembra che le mie gambe si muovano automaticamente e non seguano più le istruzioni del mio cervello. Mi rendo conto che non riesco più a distinguere le lettere sul quel cartello pubblicitario, è una F o una T quella lì? Di sicuro se vedo sfuocato è per il caldo tremendo che si è andato a formare grazie alla quantità anomala di gente che aspetta il mio stesso treno. Ma le mie preghiere vengono esaudite e in meno di due minuti arriva il treno, riesco addirittura a trovare un posto a sedere, ma alla fermata successiva sale una signora abbastanza anziana e quindi glielo cedo. A prima vista pare una tranquilla e innocua vecchietta, ma appena si siede la vedo scrutarmi da capo a piedi come se fossi una spia dalla quale bisogna stare alla larga e, avendomi messo in un tale stato di soggezione, decido di cambiare vagone spostandomi verso la punta. Oltre all’anziana signora iniziamo a fissarmi anche gli altri passeggeri, ma cosa avranno mai da guardare tutti?! Mi sento mancare il fiato talmente è pieno di persone. È pure uno spazio così piccolo! Credo di soffrire di claustrofobia. La prossima è la mia fermata, questa odissea è quasi conclusa, finalmente. Ma no! Tre persone si frappongono tra me e la mia unica via di fuga, ma certo, sarà stata di sicuro la vecchietta a mandarli, è ovvio: non vuole che io arrivi in orario! A guardarli bene questi tre tipi hanno un’aria losca e di sicuro nascondono una rivoltella sotto la camicia, pronti anche a far fuoco pur di bloccare il mio percorso. Anzi, no, la vecchietta lavora con il mio capo perché vogliono eliminarmi! Sono un elemento di fastidio per tutti soprattutto qua sotto. Stamattina mi hanno teso una trappola: non è stato un caso che il pullman sia passato in anticipo, pure l’autista era coinvolto, tutti sono contro di me. Tutti, tutti, titti, titti, ti-ti, ti-ti, ti-ti! La sveglia è appena suonata. Sono le 7.20. È tardi, anzi tardissimo….

Edward Hopper, New York movie

Edward Hopper, New York movie

Finzione

Il rumore chiassoso del film proiettato sullo schermo, prima così bianco e candido, era diventato insopportabile: Eva non ce la faceva proprio più a stare seduta su quella poltroncina rossa del nuovo cineteatro in stile retrò che avevano aperto da poco, lì vicino a casa sua, al centro di una città in cui la parola “tranquillità” non era proprio adeguata. Guardare lo schermo stando al proprio posto era estremamente normale per una come lei. Una ragazza cresciuta troppo in fretta e ritrovatasi presto nel corpo di una donna che non era il suo. Ma davvero quel vestito così elegante e quel tocco di rossetto rosso troppo calcato erano stati il suo sogno fin da adolescente? Era questa la vita che voleva oppure c’era qualcos’altro ancora più profondo dentro il suo cuore? Forse esistevano tutto sommato ancora delle emozioni, ormai quasi intangibili e nascoste dal fondotinta, che celava due guance ancor più rosse. Fingeva. Era diventata un’arte che aveva imparato a praticare da quando aveva conosciuto James, suo marito. Tutta colpa di suo padre, il solito vecchio scorbutico genitore che aveva organizzato il matrimonio combinato. Ma il gioco è bello quando dura poco. E per Eva era durato già troppo. Le membra intorpidite e la schiena dolorante, per lo schienale poco comodo, si era alzata come scossa da un fremito e, mentre faceva per allontanarsi, l’attesa mano di quell’uomo sposato per contratto le prese con molta, troppa, forza il polso. L’argento del bracciale nuovo, sotto la presa, rivelò tutta la sua freddezza.
<<Dove vai?>> aveva sussurrato lui per non fare figure poco consone alla sua persona in un luogo del genere.
<<Torno subito>> rispose lei. Inciampò nei tacchi tanto odiati e giunse barcollando alla parete della sala. Stette pensando appoggiata coi gomiti alla parete per qualche minuto. Si accorse che le nocche delle mani erano pallide e fredde. Solo il volto era giallo e pieno di vita a causa di una lampada poco al di sopra della sua testa. Riflettere. Poteva ancora cambiare qualcosa nella sua vita ora che suo padre era morto e più nessuno la teneva legata a quel mostro?
Volse improvvisamente lo sguardo alla sua destra. E se..
Si avviò lungo le scale e ben presto si ritrovò a correre. Niente le impediva più di fuggire veloce, neanche quelle tremende calzature.
In un baleno fu in strada, il fiato mozzato, di lì a poco si fermò un taxi sul quale salì, calandosi nella vettura con un movimento estremamente sensuale.
<<Dove la porto, Madame?>> chiese stancamente l’autista.
<<A casa, eccole l’indirizzo>> rispose lei serenamente porgendogli il foglietto con sopra annotata la via dell’abitazione. Qualche ora nella sfarzosa villa del padre e poi se ne sarebbe volata nella casa vacanze al mare. Sola e lontana da tutti. Alla larga da quel farabutto, sempre con le mani nei soldi e perennemente immischiato con la politica, che nonostante tutto faceva comodo a quel vecchio padre troppo ambizioso. Mentre la nuova Eva andava veloce lungo le strade della città, il marito geloso si era alzato, incuriosito dal fatto che la sua bella dama si stesse attardando così tanto. Non era da lei. In bagno non c’era. Si appoggiò nel medesimo punto dove si era trovata la moglie prima a riflettere. Prima alzò lo sguardo al soffitto, sospirando. Poi trovò per terra, in un angolo della moquette verde, il bracciale prezioso che le aveva regalato poco tempo fa. Era freddo. Era l’unica cosa di lei che gli era rimasta. Eva ormai non era più sua. La donna in macchina sorrise. La finzione era finita. Era viva.

  Egbert van der Poel,    Veduta di Delft dopo l' esplosione del 1654

Egbert van der Poel, Veduta di Delft dopo l’ esplosione del 1654

L’attimo

Era ottobre, l’inizio. La giornata avrebbe potuto essere decisamente migliore: il cielo nuvoloso, l’aria un pizzico troppo frizzante e la luce cupa, scura.
C’era silenzio. Molti degli abitanti della mia città, Delft, erano andati via, a visitare un mercato a Schiedam.
Di solito, fin dalle prime luci dell’alba, dalle strade proveniva un brusio diffuso e continuo, come quello di uno sciame di api che si dirige alla ricerca del campo con più fiori. In realtà erano i macellai, i fruttivendoli, i pescivendoli, le sarte, gli speziali e i commercianti che raggiungevano il mercato, pronti per cominciare una nuova giornata di duro lavoro.
Ma oggi c’era silenzio.
Anche io e la mia famiglia saremmo dovuti andare a Shiedam, ma mio padre ci aveva improvvisamente ripensato e così i nostri piani erano cambiati. Nessuno avrebbe immaginato come sarebbe andata a finire quella giornata.
Era come un giorno di festa. I canali liberi, con poche barche ormeggiate qua e là; le strade vuote, solo qualche bambino e qualche gallina scorrazzavano spensierati; le case avevano le imposte chiuse.
Nonostante fossero già le otto del mattino, non ero ancora uscita. I padroni presso cui lavoravo erano partiti e, gentilmente, mi avevano concesso un giorno di vacanza. Ero felice: dopo un così lungo periodo potevo trascorrere un po’ di tempo con mia madre, mio padre e le mie due sorelle.
Quella mattina saremmo usciti per fare due passi lungo i canali per poi andare a far visita a mio cugino, che aveva appena avuto un bellissimo bimbo.
Appena uscii, una ventata di aria fresca mi colpì il viso e fece svolazzare la cuffia che tenevo calata fin sotto le orecchie.
Ci incamminammo lungo le strade pressoché deserte, costeggiando le acque calme dei canali. Non avevamo pensieri. La nostra non era una vita particolarmente facile: ognuno di noi aveva il suo bel da fare, ma comunque tendevamo a non lamentarci, specialmente quando eravamo tutti assieme.
Ma é proprio quando si abbassano le difese che accade il peggio; quando si ha la mente vuota si é nel momento di maggiore vulnerabilità. E, mio malgrado, parlo per esperienza.
Un tuono. No, un’ enorme esplosione.
Eravamo nel Doelenkwartier, proprio vicini alla fabbrica di polvere da sparo. Una fatalità che costò cara la vita a quelle poche persone che ancora soggiornavano in città.
Quando mi fui ripresa e riuscii a rialzarmi, con la vista annebbiata vidi fiamme e fumo e corpi stesi a terra. Il tutto era avvolto da un torpore quasi gradevole.
La prima cosa a cui pensai fu il temporale che colpì la città alla metà di luglio. Dopo quella potente tempesta, per alcuni secondi regnò il più assoluto silenzio. Neanche i passeri cinguettavano. Anche ora l’ unica cosa che riuscivo a sentire era il silenzio, con la sola eccezione di un fischio lungo, continuo e molto, molto forte.
Mi guardai un attimo intorno e vidi i corpi dei miei famigliari accasciati a terra, in mezzo alla terra fresca e umida. Per un attimo mi sentii mancare. Erano davvero morti?
Sì, ma non tutti. La mia cara sorellina, la più piccola, sollevò la testa spaventata e mi fissò dritto negli occhi per un istante che sembrò durare una vita. Una vita, come quelle dei miei genitori e dell’ altra mia sorella, stroncate in un momento di quiete.
Poi alzai lo sguardo di nuovo. Persone correvano in soccorso di altre, alcuni tentavano di mettersi in posizione eretta senza riuscirci, mentre altri ancora giacevano al suolo senza vita.
Sentii il cuore farsi sempre più piccolo nel petto, mentre cominciavo a rendermi conto di ciò che era successo.
Guardai verso la fabbrica di polvere da sparo: un cumulo di macerie in fiamme, tristi, morte, pietose, quasi chiedessero perdono per il dolore provocato.
Il cielo nuvoloso si era fatto ancora più grigio e stormi di uccelli spaventati volavano lontano, al riparo. Avrei voluto volare anche io con loro.
Io e la mia famiglia saremmo dovuti andare a visitare il mercato quel giorno, ma mio padre ci aveva improvvisamente ripensato e così i nostri piani erano cambiati. Nessuno avrebbe immaginato come sarebbe come sarebbe andata a finire quella giornata.
La mia vita non sarebbe più stata la stessa.

Caspar Friedrich, Morning in the Mountains

Caspar Friedrich, Morning in the Mountains

Quando si spegne il sole

Seduta sulla solita roccia, con il cappellino di lana che amava tanto e gli scarponi di sempre, sgualciti e sporchi di fango, osservava immobile come la luce del sole invadesse i pendii delle montagne e li illuminasse di un nuovo giorno.
Ogni mattina, quando la luce della luna si affievoliva e le stelle andavano scomparendo nel cielo, Chris si incamminava lungo lo stretto sentiero che dal suo paesino di montagna portava fino in cima. Amava andare lì, sul ciglio del burrone, ad ammirare la potenza e la maestà della natura.
Su quel sasso, che dominava intere vallate e regalava panorami mozzafiato, Chris provava emozioni contrastanti, si sentiva imponente e protetta, così piccola rispetto al mondo e allo stesso tempo al sicuro fra quelle montagne.
Anche quella mattina, come tutte le altre, il sole che sorgeva e le illuminava il viso non era caldo e il vento gelido le faceva volare le ciocche di capelli che non volevano stare sotto il cappello. Ormai erano anni che andava a guardare l’alba, per risvegliarsi insieme alla natura, ma, quando si metteva a contemplare quel paesaggio, vi trovava sempre qualcosa di nuovo, di meraviglioso, e si emozionava.
Quando si lasciava dominare dalle emozioni che la natura riusciva a regalarle, si immergeva nei suoi pensieri e la sua mente cominciava a viaggiare.
A volte restava lì per ore, a chiedersi come il mondo potesse essere tanto bello e l’umanità così decisa a trasformarlo in vetro e cemento. Forse i potenti del mondo non sono mai saliti in cima ad una montagna, forse non hanno mai ammirato un cielo stellato sdraiati sulla spiaggia, non hanno mai sussurrato un “ti amo” davanti ad un tramonto. No, probabilmente non l’hanno mai fatto, rifletteva Chris. Alla fine, a pesarci bene, il problema principale di questo secolo è che le cose belle non si apprezzano perché non si riescono a vedere, nascoste sotto una coltre troppo spessa di egoismo ed indifferenza, e la profondità e la bellezza interiore delle persone non possono essere apprezzate, mascherate sotto la superficialità che c’è nel mondo.
Chris era sempre una ragazza sorridente, solare, piena di voglia di vivere e di aiutare gli altri, piena di energia per rendere questo mondo un po’ migliore. Dentro però, era arrabbiata, arrabbiatissima. Gli ideali con cui era cresciuta sembravano scomparsi dietro al consumismo e alla tecnologia che, purtroppo, era arrivata anche lì, in mezzo alle sue montagne.
Assorta nei suoi tristi pensieri, non si accorse dell’arrivo di Carl, che, insolitamente, aveva lasciato il letto più presto del solito e l’aveva raggiunta.
«Fa freddo stamattina vero? Il vento è gelido» disse il ragazzo in tono assonnato avvicinandosi a Chris.
«Buongiorno anche a te Carl!» rispose Chris con sarcasmo, «che cos’hai bisogno?» domandò lei senza voltarsi a guardarlo. Chris odiava quando le conversazioni iniziavano con inutili considerazioni sul clima: le ricordavano quanto le persone avessero disimparato a dialogare e ad essere spontanee, stando in superficie e rinunciando a fare discorsi più profondi e sensati.
«Volevo guardare l’alba, non mi aspettavo di trovarti qui» cercò di mentire lui, sorridendo.
«Non è vero Carl, lo sai benissimo che vengo qui ogni mattina.» Chris odiava anche i giri di parole, ma rendendosi conto di aver risposto in modo un po’ troppo brusco diede un dolce pacca sulla spalla al ragazzo che, fino a quel momento rimasto in piedi, prese posto da parte a lei sulla roccia.
«Me ne vado» sussurrò.
Lei, in silenzio, lo guardò con aria interrogativa.
«Mi hanno offerto lavoro in città» continuò Carl.
Chris sentì un tuffo al cuore e un nodo alla gola le impedì di parlare. Quella era una delle notizie che quotidianamente aveva paura di ricevere da Carl e che, egoisticamente, sperava non sarebbe mai arrivata. Da tempo lui desiderava lasciare il loro paesino per intraprendere una carriera “degna di rispetto”, poiché, diceva, il lavoro nei campi e nella stalla non gli bastavano più per essere fiero di se stesso. Chris questa cosa non la riusciva a comprendere, non l’avrebbe mai accettata.
Ora, quando il suo incubo più grande stava diventando realtà, si sentì crollare il mondo addosso. Sapeva che quella natura che tanto la aiutava e la faceva stare bene non sarebbe bastata a farle superare il loro distacco. Le sarebbero mancate le lunghe notti a guardare le stelle sdraiati sul prato umido, le corse lungo i sentieri quando scoppiavano i temporali. Non avrebbe più avuto compagnia a raccogliere il fieno durante gli assolati pomeriggi d’estate, e gli inverni a spalare la neve sarebbero stati vuoti senza di lui. Le cose che più amava fare, le faceva con lui, la persona più importante di tutte.
E in quell’istante, lì, dove Chris aveva sempre trovato conforto nella natura, dove quello stesso vento era sempre riuscito a farla sentire forte davanti al mondo, le sembrò che il sole si spegnesse dietro alle lacrime che cominciarono scivolarle sulla guancia, e non riuscì a convincere se stessa che era solo colpa del forte vento che le faceva lacrimare gli occhi. Non era tristezza, Chris non era mai triste.
Era arrabbiata, arrabbiatissima. La globalizzazione e il consumismo sfrenato le stavano portando via anche la persona che amava di più al mondo, suo fratello.

Giovanni Segantini, Le due madri

Giovanni Segantini, Le due madri

 Una calda serenità

Aveva bisogno di un po’ di pace. Da qualche mese, con lo scoppio della guerra, la situazione era diventata insostenibile, l’atmosfera le sembrava irrespirabile. Suo marito era partito al fronte, lasciandola da sola a badare alla casa, alla figlia neonata, alla mucca e al vitello nella piccola stalla. Chissà se avrebbe mai fatto ritorno…
Erano appena finiti dei bombardamenti vicini. Tutta la casa era stata scossa fin dalle fondamenta e la bambina era scoppiata a piangere, non riusciva a calmarla. Per fortuna ora era tutto finito.
Ormai era scesa la sera e tutto si era acquietato. Da poco aveva cominciato a piovere.
Lei aveva deciso di visitare la sua stalla, uno dei pochi luoghi in cui si sentiva al sicuro, per controllare se il vitello stesse bene.
Accese un lume e si sedette su uno sgabello, con la sua bambina in grembo, che dormiva serena.
Si era messa vicino ai due animali: la mucca stava brucando il fieno, il vitellino era accucciato ai suoi piedi, entrambi ignari della tragica atmosfera provocata dalla guerra.
Invece lei non riusciva a non pensare: le mancava tanto suo marito, il suo sorriso, il suo profumo di erba, le sue forti braccia. In un attimo fu sommersa dai ricordi più significativi della loro vita: il giorno del loro matrimonio, in una soleggiata giornata di luglio, in mezzo ai fiori di campo. La mattina seguente, in cui avevano fatto una breve gita al fiume vicino, per poi ritornare alle solite incombenze quotidiane. Poi c’era stata la nascita della loro piccola, attesa con gioia da entrambi. E il giorno in cui era partito con le truppe verso il fronte, si erano abbracciati forte e le parole che le aveva detto erano rimaste scolpite nel suo cuore: “Tornerò presto, tu abbi fede e non farti prendere dallo sconforto, nostra figlia e gli animali hanno bisogno di te”. “Te lo prometto”, gli aveva risposto.
Tutti questi pensieri le attraversarono la mente uno dopo l’altro, lasciandole un senso di nostalgia per il passato ma anche un rinnovato coraggio per tirare avanti e non farsi travolgere dalla paura. Era per lui che non poteva smettere di lottare. Gliel’aveva promesso.
In quella calda penombra lei finalmente sentì un senso di tranquillità pervaderle il corpo. Sentiva il tenue rumore della pioggia, il calore degli animali e il delicato respiro di sua figlia. Quella bambina, ora così piccola, rappresentava la speranza per un futuro di pace e serenità.

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Informazioni su Claudia Ryan

Scrittrice, giornalista, insegnante di storia dell'arte. Claudia Molteni Ryan ha frequentato il liceo artistico a Como e la facoltà di Architettura al Politecnico di Milano. Insegna storia dell'arte in un liceo linguistico e collabora come giornalista con riviste specialistiche di design. E' iscritta all'Ordine dei giornalisti dal 1997. Ha curato una monografia su Alessandro Mazzucotelli per la rivista "Il ferro battuto" edita da Di Baio e ha pubblicato il libro "L'atto del vedere" con Zanichelli. Nel novembre 2010 ha pubblicato "Giro di boa" con Edizioni Si. Nel luglio 2012 è uscito il suo romanzo storico “Virginia”, Leone Editore, vincitore di quattro premi letterari: del premio speciale biografie al Concorso Letterario Internazionale Villa Selmi (novembre 2012), del premio speciale della critica al Concorso Letterario Nazionale “Un libro amico per l’inverno” (marzo 2013); del premio speciale Golden Selection al Concorso Letterario Internazionale “Città di Cattolica" (aprile 2013) e della Menzione Speciale (5° classificato) al Premio Internazionale di Arti Letterarie "Thesaurus" (settembre 2013). Candidato al Concorso Letterario Cortina d’Ampezzo. Nel 2013 ha lavorato per la Giunti editore per la pubblicazione di 16 lezioni CLIL di storia dell'arte per le scuole superiori. Nel maggio 2014 è uscito il romanzo storico "Il fuoco nelle tenebre", Leone Editore, vincitore nel settembre 2014 del Premio della Critica al Premio Letterario Internazionale Montefiore e ha ottenuto una menzione d'onore al World Literary Prize nel giugno 2015. Nella primavera 2016 è stato pubblicato il romanzo "Hana la Yazida - L'inferno è sulla Terra" con Edizioni San Paolo. Ama scrivere, l'arte, ballare, andare in bicicletta, camminare in montagna e lungo l'oceano, dipingere e pensa di avere sposato un uomo meraviglioso. --------------------------------------------------------------------- Writer, journalist and teacher of the History of Art. Claudia Molteni Ryan studied at the liceo artistico (Arts High School) in Como and the Faculty of Architecture at the Politecnico in Milan. She teaches the History of Art in a liceo linguistico (Languages High School) and she works as a journalist with specialist magazines of design . She has been a member of the Journalist Association since 1997. She wrote a monograph about Alessandro Mazzucotelli for the magazine “Il ferro battuto” published by Di Baio and also the book “L’atto del vedere” published by Zanichelli. In November 2010 her book “Giro di Boa” (published by SI) was released, in July 2012 her historical novel “Virginia” (to be published by Leone), that won four literary prizes. In 2013 she has written 16 CLIL lessons about History of Art for the publisher Giunti. In May 2014 her historical novel "Il fuoco nelle tenebre" has been published by Leone Editore. In May 2016 the novel "Hana la Yazida - L'inferno è sulla Terra" was published by Edizioni San Paolo. She loves writing, dancing, riding bicycles, art, walking on a mountain or along the ocean and painting, she also thinks she married a wonderful man.
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