L’ARTE DEL VEDERE: L’ANALISI ICONOGRAFICA

Un’opera d’arte può essere analizzata da diversi punti di vista: l’aspetto compositivo (analisi strutturale o formale), i materiali con cui è stata realizzata, gli elementi stilistici che caratterizzano chi l’ha creata, e, per le opere figurative, si può attuare anche un’analisi iconografica.

L’iconografia (dal greco eikon «immagine» e graphé «disegno») classifica le immagini in base al loro soggetto. Quando si effettua questo tipo di analisi bisogna perciò spiegare che cosa l’opera raffigura e in che modo: quale episodio, quali personaggi, come il tema è stato rappresentato. Tra gli esempi delle iconografie più diffuse nella cultura occidentale troviamo: gli episodi mitologici, il ritratto, la Madonna col Bambino, i momenti salienti della vita di Gesù, il Giudizio Universale, le vite dei Santi, la Pietà (la Madonna con Cristo morto), il paesaggio.

Claudia Ryan propone alcuni esempi che possono aiutare il fruitore nella lettura di un’opera d’arte: L’ANALISI ICONOGRAFICA

Michelangelo, Tondo Doni, 1505-06

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L’ARTE DEL VEDERE – FIGURATIVO O ASTRATTO?

L’arte viene creata dagli esseri umani per esprimere un’esigenza interiore. Catalogarla è sempre una forzatura, ma, se si tiene presente che non esistono vere regole nell’arte e che ogni catalogazione è sempre relativa, avere dei punti di riferimento può aiutare a comprenderla meglio.

Una classificazione può essere fatta considerando le opere figurative e quelle astratte. Claudia Ryan spiega questi due aspetti dell’arte considerando alcuni esempi nel suo sito: FIGURATIVO O ASTRATTO?

“La stanza di “Van Gogh ad Arles” di Vincent Van Gogh

“Friends” di Sonia Scaccabarozzi (dettaglio)

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L’ARTE DEL VEDERE – LE FIGURE DELL’ARTE: AUTORE, COMMITTENTE, MERCANTE D’ARTE, FRUITORE

Quando guardiamo un’opera d’arte la relazioniamo all’artista che l’ha realizzata: questo è ovviamente corretto, perché l’autore è l’artefice dell’opera e la sua personalità, la sua esperienza, i suoi ideali, la sua sensibilità intervengono in modo determinante nella realizzazione artistica. É per questo motivo che si studiano le biografie degli autori, perché conoscere la loro vita permette di comprendere l’opera d’arte in modo più approfondito.

Intorno all’opera d’arte ruotano però altre figure, che sono comunque importanti, come il committente, i fruitori e, in alcuni casi, il mercante d’arte. Come incidono sulla realizzazione di un’opera, o sul suo successo? Claudia Ryan ne parla nel suo sito: LE FIGURE DELL’ARTE

Ambroise Vollard

Peggy Guggenheim

 

 

 

 

 

 

 

 

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L’ARTE DEL VEDERE – INTRODUZIONE

Qualunque tipo di immagine è formato dalla combinazione di elementi fondamentali che costituiscono il linguaggio visivo. Per comprendere questo linguaggio bisogna saperlo decodificare, ossia individuare gli elementi che lo compongono e le regole che lo strutturano, che insieme formano i codici visivi.

Claudia Ryan pubblicherà, poco alla volta, articoli che possono aiutare ad avvicinarsi alla lettura di un’opera d’arte. Gli articoli saranno presenti nel suo sito web Claudia Ryan | Scrittrice Writer.

Oggi la prima pubblicazione: INTRODUZIONE.


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Arte bella o brutta? Non accontentiamoci della prima impressione

Saper apprezzare l’arte è sicuramente un piacere, è un interesse che, quando incomincia a coinvolgerci, rimarrà costante e arricchirà la vita di momenti di puro godimento. Le opere d’arte possono donare molteplici emozioni, a volte delicate, a volte così forti da commuoverci, altre volte un’opera d’arte ci può lasciare indifferenti, ma non c’è da preoccuparsi. L’importante è non avere preconcetti, porsi di fronte all’arte con semplicità, cercando di cogliere ciò che l’opera vuole comunicare.
Come in ogni campo del sapere umano più si conosce un argomento maggiore è la possibilità che riusciamo ad apprezzarne il contenuto e il valore. Questo vale anche per l’arte. Conoscere le possibilità tecniche, i valori espressivi, gli elementi compositivi, il percorso artistico dell’autore e la collocazione storico-artistica permette di cogliere con più immediatezza e in modo più profondo il valore e il significato di un’opera d’arte.

  • Opere che affascinano per la perizia tecnica e la mimesis: come un Raffaello

Sicuramente le opere che affascinano maggiormente qualsiasi tipo di pubblico sono quelle  che evidenziano una eccezionale perizia tecnica, che rappresentano il soggetto in modo tale da apparire “vero”. La storia dell’arte del passato, dal Rinascimento fino all’Ottocento, è caratterizzata proprio dall’uso della tecnica per rendere con verosimiglianza ciò che si rappresentava: l’obiettivo era proprio rendere il soggetto il più veritiero possibile, in tutti i suoi dettagli.
L’opera di Raffaello Sanzio intitolata La muta ci incanta perché sembra di osservare una persona in carne ed ossa e non un dipinto bidimensionale. Siamo subito attratti dai suoi occhi, un po’ malinconici, poi notiamo il cordoncino che 
regge una piccola croce e come questo crei delle ombre sulla sua pelle, dando origine così ad un incredibile senso di tridimensionalità. Ci colpiscono i diversi tipi di stoffa, dei ricami, ed infine le sue mani che sembrano doversi muovere da un istante all’altro, con gli anelli d’oro che riflettono la luce. Raffaello è riuscito a fare tutto ciò con i colori a olio stesi su una tavola di legno trattata: la magia nasce da come l’artista è stato capace di sfruttare le potenzialità di questa tecnica.
Un artista del Novecento che si è servito dell’abilità tecnica per dare apparente credibilità a soggetti impossibili è stato Salvador Dalì. Nel suo quadro Costruzione molle con fave bollite: presagio di guerra civile, l’artista dà corpo all’idea della guerra, rappresentata come un enorme mostro ributtante, assolutamente impossibile, ma incredibilmente verosimile, e perciò ancor più spaventoso, grazie ad una tecnica perfetta, all’uso della luce che crea forti contrasti chiaroscurali ed accentua volumi ed espressione.
Anche in scultura la perizia tecnica permette di realizzare opere sorprendenti, come nel caso del Ratto di Proserpina di Gianlorenzo Bernini: l’artista è stato attento a riprodurre ogni particolare come se l’azione si stesse svolgendo realmente sotto i nostri occhi, così vediamo le mani di Plutone che tengono con forza il corpo di Proserpina e le sue dita premono le teneri carni della dea. Sono questi dettagli curatissimi, l’accentuata espressività, il senso del movimento così naturale e subitaneo che ci coinvolgono emotivamente osservando la statua.

 

 

 

 

 

 

 

  • Opere evocative: gli impressionisti e i romantici

Vi è un altro genere di opere d’arte che non riproducono il soggetto come se fosse una fotografia, ma riescono ad evocare con grande efficacia alcune situazioni o sensazioni. Anche questo tipo di arte riscuote un grande successo di pubblico, un tipico esempio sono i pittori impressionisti.
Se noi osserviamo il quadro L’altalena di Auguste Renoir percepiamo immediatamente la sensazione di frescura data dall’ombra degli alti alberi, evidenziata dalle macchie di luce sugli abiti e sul terreno, e anche i senso di tranquillità che la scena comunica, dandoci l’impressione di vivere di persona quell’attimo di vita.

\Bambina su una poltrona blu di Mary Cassatt invece ci evoca il silenzio e la fresca penombra del salotto fanno da sfondo al riposo scomposto della bambina e, sull’altra poltrona, del cagnolino, facendoci intuire che avevano giocato, probabilmente in modo piuttosto agitato, fino ad un attimo prima. In entrambi i quadri le immagini sono realizzate attraverso pennellate veloci, che non riproducono i dettagli, ma danno l’idea di qualcosa di fuggevolcassatt girl in bluee, di un soggetto che era diverso un istante prima e sarà differente un istante dopo. Come Raffaello e Dalì questi artisti hanno usato la tecnica a olio, ma il colore è steso con brevi pennellate che viste da vicino sembrano casuali, ma nell’insieme colgono in modo sorprendente la variabilità delle situazioni e della luce.

Anche in scultura è possibile dare questa sensazione di fuggevolezza ed evocare particolari atmosfere. Camille Claudel nell’opera La Valse non solo riesce a dare il senso del movimento attraverso il lungo abito apparentemente leggerissimo (è in bronzo), ma è stata capace di farci percepire con grande efficacia l’attrazione che lega i due ballerini. I particolari non sono perfettamente definiti, ma l’artista si è soffermata solo su quelle parti funzionali alla comunicazione: qui giocano un ruolo fondamentale le posizioni dei soggetti, le forti mani di lui, l’apparente delicatezza dei lei.

Molti pittori della prima metà dell’Ottocento, definiti romantici, hanno preferito rappresentare nelle loro opere suggestioni piuttosto che immagini “fotografiche”. Un esempio è William Turner, il quale diceva “L’atmosfera è il mio stile”, e in effetti nelle sue opere i soggetti sono creati da macchie di colore che si sovrappongono e si fondono fino a creare incredibili scenari naturali. Nel quadro Tempesta di neve la bufera che minaccia la nave è efficacemente suggerita dal vortice di bagliori chiari e macchie scure, che raffigurano vento, acqua e neve mischiati inscindibilmente.

  • Armonia intrinseca: l’altare del Duca Ratchis e Alberto Burri

Le opere d’arte di cui abbiamo parlato finora sono quelle di immediata comprensibilità, piuttosto facili da capire e da apprezzare. Ci sono altre opere d’arte con le quali è più difficile entrare in sintonia, e che forse, dopo uno sguardo distratto e  se non si è avvezzi al linguaggio dell’arte, si potrebbe pensare che siano “brutte”. Spesso il concetto di brutto viene applicato perché il soggetto è sproporzionato, non è aderente al vero oppure è poco comprensibile o addirittura incomprensibile (ma chi ha detto che deve esserci un soggetto?).

Se consideriamo l’Altare del Duca di Ratchis, un’opera dell’VIII secolo, le rappresentazioni ci appaiono particolarmente sproporzionate. Nel riquadro frontale è raffigurato Cristo in Maestà inserito in una mandorla (simbolo divino) sostenuta da quattro angeli, nei riquadri laterali troviamo L’Adorazione dei Magi e La Visitazione. I soggetti appaiono con i volti piatti, frontali; gli angeli che sostengono la mandorla hanno mani grandi e Gesù ha i piedi minuscoli; nella Visitazione Maria e Elisabetta sono decisamente poco femminili e le loro braccia sono lunghissime. In tutti i rilievi l’artista ha riempito ogni spazio disponibile con rosette, intrecci o piccole croci. Eppure queste opere esprimono una meravigliosa armonia intrinseca, un’ingenuità rappresentativa che disarma: la spontaneità e la schiettezza con cui vengono rappresentati i soggetti riescono a comunicare una forza di fede di una tale freschezza e genuinità che in opere più elaborate o mimetiche viene persa. Le lunghe braccia di Maria e Elisabetta esprimono il loro legame tramite un forte abbraccio e le grandi mani degli angeli accentuano la potenza della mandorla divina.  Se quest’opera viene guardata con animo aperto, senza preconcetti e senza voler pretendere che i soggetti siano aderenti alla realtà, scopriamo un nuovo concetto di “bello”, fatto di una grazia e semplicità che incantano.

Alberto Burri è un artista che ha operato nell’ambito dell’arte informale, che, come evidenzia il nome stesso, nega l’idea della forma e del suo significato razionale. Nell’opera di Burri diventano molto impostanti i materiali usati, sempre poveri, semplici. Come in Cretto G1, dove sperimenta un miscuglio di caolino, bianco di zinco e vinavil, steso su un pannello di cellotex: ne deriva una superficie crepata in modo differenziato a seconda dello spessore del materiale e del tempo di essiccazione. Nasce un’armonia naturale che rimanda alla terra natia dell’artista, l’Umbria, oppure al Texas, dove venne portato come prigioniero di guerra; seguendo le crepe più spesse al centro e sempre più fitte e fini ai bordi, ci si può perdere in un meandro di pensieri ed emozioni che caratterizzano la vita di ognuno di noi.

  • Semplice come il disegno di un bambino? Klee e Mirò

Alcune opere d’arte ci appaiono molto semplici a livello formale: poche linee, soggetti molto schematici. Chi non riesce a cogliere la poesia di questi lavori potrebbe addirittura paragonarli ai disegni dei bambini, ma in realtà racchiudono abilità tecniche,  sapienze compositive e ricerche poetiche proprie di un grande maestro.

Pallone rosso di Paul Klee rappresenta una mongolfiera rossa al centro della composizione, a destra e a sinistra delle case, con una finestra aperta proprio davanti a noi. Tutti i soggetti sono contornati da una semplice e sottile linea scura, ma la magia scaturisce dalla stesura del colore: in ogni campitura il colore si sfuma in diverse tonalità creando la sensazione di osservare una scena in un istante speciale, magico, quasi quel pallone fosse portatore di un incantesimo. L’artista ha utilizzato con grande maestria il colore a olio su tessuto e il suo stile è assolutamente inconfondibile.

Un altro artista che ha realizzato bellissimi capolavori semplici come i disegni dei bambini è Joan Mirò. La semplicità ha caratterizzato tutta la sua carriera, fino ad arrivare all’essenzialità. Un esempio è L’oro dell’azzurro. Tutti immediatamente possono cogliere la grande macchia azzurra dal contorno bianco, le tre grandi stelle realizzate con quattro linee incrociate, il meraviglioso giallo che abbaglia. Forse però ci vuole un occhio più esperto per vedere la donna, molto stilizzata, in basso a sinistra, e l’uomo, il cui corpo filiforme crea un’ampia curva e parte proprio dalla macchia azzurra, simbolo di spiritualità. Rappresenta il fascino dell’universo, che circonda gli essere umani con i suoi misteri e la sua bellezza.

  • Una bellezza scostante: Kirchner e Bacon

Fino a questo momento ci siamo soffermati su opere che, anche se non sono di facile lettura, hanno un aspetto formale attraente, piacevole. Ci sono artisti che volutamente tralasciano queste caratteristiche per concentrarsi maggiormente sulla comunicazione, che di solito rispecchia stati d’animo negativi, condizioni di vita dolorose. Se dovessimo guardare quest’arte con i canoni “classici” non esiteremmo a definirla “brutta”, ma cambiando il punto di vista anche quest’arte manifesta una sua bellezza, fatta di forti emozioni, denunce, riflessioni esistenziali.

A prima vista il quadro di Kirchner Autoritratto in divisa potrebbe sembrare scostante con  le linee di contorno aguzze, la donna sullo sfondo stilizzata e poco attraente, la mano in primo piano contratta e l’altra mozzata, gli occhi senza pupille. Non c’è nulla nella composizione che metta a proprio agio l’osservatore, che lo gratifichi positivamente. Infatti Kirchner dipinse questo quadro dopo essere tornato dalla Prima Guerra Mondiale e il suo intento era dichiarare la sua lacerazione interiore dopo tutti gli orrori che aveva visto: si dipinge perciò disinteressato all’amore, simboleggiato dalla donna alle sue spalle,  e privato degli occhi e della mano destra, indispensabili per un pittore. Se la composizione avesse presentato forme più piacevoli, realizzate con una tecnica più curata, l’impatto emotivo sarebbe stato sminuito.

Francis Bacon usa l’arte per dichiarare l’angoscia della vita, probabilmente è il pittore che al meglio esprime il dramma esistenziale dell’uomo del XX secolo. Nel suo capolavoro Papa Innocenzo X reinterpreta un celebre ritratto che Diego Velazquez fece al papa nel 1650, ma la versione di Bacon non ci incanta per il realismo dell’immagine e l’accentuata personalità che l’artista spagnolo riuscì a infondere al soggetto, al contrario la sua pittura ci disturba e impressiona, ci scuote dall’interno portando alla luce le paure più profonde. Bacon deforma Innocenzo X, usa colori violenti e amplifica il suo urlo attraverso l’uso di linee verticali che creano un movimento discendente, terrificante, quasi stesse sprofondando nelle viscere più profonde dell’inferno.

La scultura dell’artista tedesca Käthe Kollwitz Pietà ha una comunicazione più sommessa rispetto all’opera di Bacon, ma anche qui tutto è intriso di dolore: la posizione rannicchiata del corpo del figlio, il volto silente della madre, i suoi poveri abiti, il gesto affettuoso della sua mano che tiene quella del figlio. La Kollwitz rappresenta un dolore senza speranza, senza ritorno, e noi non siamo certo attratti dalla bellezza dei volti o dei corpi, ma rimaniamo catturati dalla forza del sentimento.

Sicuramente questo genere di opere non hanno un aspetto consolatorio, ma l’arte è cultura, non ha solo una funzione decorativa, il loro scopo è anche quello di farci riflettere su alcuni aspetti della condizione umana.

  • Arte astratta e dintorni: ma sono capace anch’io

Dagli anni Sessanta del Novecento vi è stato un proliferare di nuove correnti artistiche i cui intenti sono rivolti verso la comunicazione del messaggio oppure verso una innovativa ricerca artistica; in questi casi, molto spesso, l’aspetto tecnico dell’arte non è prevalente. Nell’arte contemporanea a volte le opere ci appaiono enigmatiche e bisogna conoscere l’artista e il suo operato per riuscire a comprendere in modo più significativo il valore e il significato. Se si riesce a capire che molto spesso l’aspetto concettuale diventa più importante di quello di elaborazione tecnica, si riesce ad evitare il commento “ma sono capace anch’io”. Non importa se il lavoro d’arte che state osservando vi piaccia o meno, questo dipende dal gusto personale (anche a un buongustaio non piacciono tutti i cibi), l’importante è non assumere un atteggiamento denigratorio ma propositivo, di chi cerca di capire ed apprezzare.

RE 19 è un’opera di Yves Klein (RE significa Riliefs Épongs, cioè Rilievi Spugne), ci appare come una tela con delle spugne attaccate, tutto completamente dipinto di blu. Klein arrivò a dipingere unicamente con il blu dopo un personale percorso artistico. Per l’artista il blu rappresentava l’infinità dei cieli, ma anche l’unificazione di cielo e mare, evocando così distanza, desiderio, infinito. Usava la monocromia perché in questo modo elevava l’importanza del colore ad un livello assoluto: eliminando gli aspetti formali e psicologici si rivolgeva solo alle percezione dello spirito. Il pigmento blu è il risultato di un anno di esperimenti ed è una tonalità particolare che Klein brevettò nel 1960 dandogli il suo nome. Le spugne sono uno strumento del mestiere e Klein rimase affascinato dalla capacità delle spugne di assorbire velocemente il colore blu, e perciò dalla loro capacità di assorbire tutti i valori che il blu riassumeva. Le opere di Klein emanano un profonda serenità, il blu da lui prescelto sembra emettere delle vibrazioni che coinvolgono tutto lo spazio circostante.

Un altro esempio di opera il cui significato è più importante della realizzazione tecnica è Una e tre sedie di Joseph Kosuth. Presenta l’immagine fotografica di una sedia in grandezza naturale, di fianco la sedia reale, poi l’ingrandimento della definizione di sedia (chair) tratta dal dizionario. Tre aspetti dello stesso soggetto: l’oggetto reale, la sua immagine, il suo nome. Una dimostrazione di come i tre aspetti sono inscindibili e nessuno predomina sull’altro, perché nell’istante in cui osserviamo qualcosa di concreto, contemporaneamente lo definiamo con un nome e la sua immagine si ferma nella nostra mente.

Questa è stata una breve carrellata su modi diversi di fare e concepire l’arte. Modi diversi di esprimersi, che rispecchiano sia la personalità dell’artista sia il gusto del periodo in cui l’artista ha operato. Non dimentichiamoci mai che l’arte è una manifestazione culturale di una persona che vive in una società, in un certo periodo storico. Se ci si vuole avvicinare all’arte in modo un po’ meno superficiale dal semplice “mi piace” o “non mi piace”, quello appena espresso è un concetto da tenere sempre in considerazione.

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CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

«Quell’uomo si faceva chiamare Abu Kacher. Il suo appartamento era formato da un salottino d’ingresso, da una camera da letto e da un bagno, rinfrescati dall’aria condizionata. Mi chiusero dentro. Nel primo locale c’era un solo quadro appeso, recitava un versetto del Corano: Abbiamo preparato la Fiamma per i miscredenti, per coloro che non credono in Allah e nel Suo Inviato. Dopo un po’ un uomo mi portò una bottiglietta d’acqua e un piatto con del riso con un pezzetto di pollo. Devo dire che, malgrado l’ansia e la paura, ero affamata e assetata. Mangiai tutto e bevvi l’acqua. Ma non passò molto tempo che iniziai a sentire i tipici sintomi di una dose elevata di tranquillanti: sonnolenza, una leggera confusione mentale, calo delle mie capacità psico-fisiche. Mi sentii disperata… avevano drogato il cibo. Mi guardai in giro, ma non avevo le forze di fare nulla. Ero semidistesa su un divanetto nel salotto, il mio respiro era affannoso perché ero agitata ed ero conscia che, qualsiasi cosa sarebbe successa, non potevo neppure difendermi.»
Hana aveva un’espressione dura, che manifestava tutta la rabbia e la frustrazione che aveva in corpo.
«Non so quanto tempo sia passato prima che i mio aguzzino saudita entrò nell’appartamento. Mi ricordo che parlava, ma non so cosa stesse dicendo. Era tutto ovattato. Mi prese dal divano e tenendomi in piedi mi portò fino al letto. Io volevo allontanarlo, volevo urlare, ma l’intorpidimento dei farmaci non mi permettevano di controllare i miei movimenti. So che mi spogliò. Le sue mani le sentivo ovunque. Ricordo le mie lacrime calde che scivolavano ai lati degli occhi e mi bagnavano il collo.»
«Anche se non mi sono sposata giovane ho sempre sperato di trovare un uomo con cui condividere la mia vita. Ho sempre sognato la prima nostra unione con dolce trepidazione. Quella notte, invece, si prese la mia verginità con l’inganno e la forza. Questi non sono uomini, sono solo esseri vili e meschini. Afferrano quello che vogliono senza neanche avere il coraggio di lottare.» Hana aveva un volto disgustato mentre pronunciava queste parole.
«Entrò con forza dentro di me e io sentii male. Spinse con violenza e io ricordo l’odore del suo sudore. Poi mi spostò di lato e si mise a dormire. Dormii anch’io, in un oblio profondo da cui non avrei voluto emergere.»

Tratto da HANA LA YAZIDA – L’inferno è sulla Terra  di Claudia Ryan, San Paolo Edizioni

 

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“Virginia”, una storia di tormento, estasi e catarsi

Sorgente: “Virginia”, una storia di tormento, estasi e catarsi

“Virginia”, una storia di tormento, estasi e catarsi

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«Io mi sono chiesta quale vita poteva condurre una donna chiusa per quattordici anni in una piccola cella senza porte o finestre, e soprattutto mi sono chiesta come aveva fatto a non impazzire»; questa è la domanda che Claudia Ryan si è posta dopo aver assistito a una rappresentazione teatrale sulla monaca di Monza. La pièce si concludeva con la carcerazione della religiosa, ed è proprio per tentare di rispondere all’interrogativo suscitato da questo drammatico finale che la Ryan si è cimentata nella composizione di un breve quanto struggente romanzo storico, Virginia (Leone Editore, 2012, pp. 157, *ripubblicato nel 2017 da Amazon), vincitore di quattro premi letterari. La figura della monaca di Monza è stata fissata nell’immaginario collettivo da Alessandro Manzoni il quale, attraverso le pagine de I promessi sposi, volle immortalare la vera vicenda della Signora di Monza, suor Virginia Maria de Leyva.

Claudia Ryan inizia dal post, da quando Virginia è già stata murata viva, per tornare all’ex, all’origine della colpa che ne segnò irrimediabilmente la sorte e, attraverso un’operazione di dissezione psicologica sulla sventurata, dà voce al caleidoscopio di passioni che avevano infuriato nella sua fragile anima, la quale nulla poté contro la forza dell’amore. L’erezione di un muro proietta Virginia nel suo destino di penitente; il ricordo di quella brusca cesura con la vita passata è nitido: «Un filare di mattoni, poi il secondo, il terzo… sapevo cosa mi aspettava […] ma in quel momento mi prese il panico. […]Il muratore stava incastrando i mattoni dell’ultimo filare e quando anche l’ultimo mattone fu fissato il buio calò». Dopo un periodo di smarrimento, la donna cerca di ricostruire se stessa, di dare un senso e un ritmo a quelle giornate che non hanno inizio e non hanno fine ma si confondono in un buio continuum; è sola con se stessa, Virginia e, ormai, con se stessa deve fare i conti: inizia allora un viaggio nella propria memoria raccontando ad alta voce la vita passata, i sentimenti e gli errori che l’hanno condotta là dentro.

È buffo e sembro una pazza a parlare solitaria ad alta voce, ma raccontare i miei pensieri è una pratica che con il tempo ho apprezzato. Mi permette di ascoltare una voce, benché sia la mia, mi aiuta a rimanere lucida. Inoltre, risentire la mia storia mi fa riflettere sui peccati commessi, capisco meglio i meandri del destino che mi hanno portato a questo duro presente.

Un muro – si diceva – ha segnato l’inizio di una fase dolorosa della vita della donna, e un muro, molti anni prima, aveva visto nascere nel suo cuore attese, speranze, fremiti di cui ella, ventenne, era ignara e che, ormai già monaca, mai avrebbe immaginato di poter provare. Quella parete separava il convento dalla proprietà della famiglia Osio, aristocratici scapestrati e violenti, e la giovane Virginia si beava contemplando, attraverso una fessura, l’aitante Gian Paolo, senza malizia, ma con l’ingenua e avida curiosità di una fanciulla a cui la monacazione forzata aveva precluso quelle emozioni che accompagnano la giovinezza. «Si potrebbe mai vedere una cosa più bella?» ella si chiedeva affascinata e possiamo immaginare il rossore del suo volto e un sospiro,  nascosta dietro quel muro fiorito di piccole margherite in quella lontana primavera. Anche Gian Paolo era affascinato da Virginia e, nonostante ella fosse combattuta tra il rispetto per i voti pronunciati e il desiderio di lasciarsi travolgere dalla passione, riuscì a vincerne le resistenze e a trascinarla con sé in una storia d’amore che per lei fu anche una descensio ad inferos. Ripercorrere le tappe di questa caduta è doloroso ma necessario per spogliarsi definitivamente della vecchia Virginia  — la bella e ammirata Signora del monastero ancora troppo pericolosamente attratta dal secolo — e purificare l’anima affinché sia degna di ottenere il perdono di Dio. Rievocare ad alta voce i momenti della sua perdizione consente a Virginia di non omettere nessun dettaglio, la inchioda ancora di più alle proprie responsabilità. Ne risulta una autobiografia che è quasi una confessio sul modello di quella agostiniana; l’anima contrita fa ammenda delle proprie miserie confidando nella misericordia del Signore, in un dialogo sincero e appassionato con Lui. Il ricordo genera sofferenza, vecchie ferite ricominciano a sanguinare, ma il dolore è catartico e quel sangue lava via le macchie delle colpe. L’amarezza di sapersi peccatrice è lievemente mitigata dalla consapevolezza che alla radice del peccato non ci fu una futile passione sensuale, ma un vero amore; Virginia non cedette per lussuria ma perché la vita le presentò — troppo tardi invero — l’occasione di saziare quella fame di affetto e tenerezza che sempre le erano stati negati, ponendo sulla sua strada un giovane che la ricambiò con un sentimento così travolgente quale forse non avrebbe conosciuto se fosse stata destinata a un matrimonio combinato dal padre. Ma questo amore —  profondo, totalizzante, esclusivo — era inconciliabile con l’abito che ella indossava, con la promessa di castità fatta a Dio, così, per quanto umanamente comprensibile, quel peccato fu commesso e Virginia, severo giudice di se stessa, non si autoassolve, non cerca scusanti ma intende espiare, con la preghiera, con la penitenza e con il fermo proposito che, da quando avrà ottenuto il perdono da Dio, dedicherà la sua vita a renderGli lode con una condotta specchiata.

Solo dopo aver bevuto fino all’ultima goccia del calice amaro del suo turpe passato, ecco che il miracolo si compie:

E, nell’abbandono, improvvisamente ho sentito la sua voce. La voce di Dio, le sue parole erano chiare, scandite, intense, la sua voce tonante e dolce al contempo. Mi ha detto: «Virginia, ti perdono. Io so che sei pentita veramente, posso vedere il tuo cuore, posso sentire la tua anima. Vivi nel mio nome e nella misericordia».

Le pagine in cui Claudia Ryan descrive la beatitudine raggiunta dalla penitente redenta sono intrise di misticismo e trasudano della perfetta letizia, della suprema pace che qualunque figlio prova riconciliandosi con il padre; senza addentrarsi in concetti teologici, ma facendo parlare il cuore, la Ryan evoca una dimensione metafisica in cui il corpo e lo spirito godono all’unisono della visione beatifica. L’anima di Virginia, trasfigurata, libera dai gravami del peccato, si eleva al di sopra delle pareti della cella claustrofobica, le cui tenebre vengono dissipate dalla luce della Grazia; la ascensio è conclusa e la creatura, rinnovata, è pronta a rinascere:

Questa piccola cella è come un utero materno, quando questo muro sarà abbattuto io rinascerò e avrò davanti a me una nuova vita.

* Specificato, rispetto al testo originale, da Claudia Ryan
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