VIVERE SENZA LIBERTA’: UN TESTIMONE DIRETTO

Ambrogio Riboldi (a sinistra) con due suoi amici partigiani

Claudia Molteni Ryan e Ambrogio Riboldi

I testimoni di un terribile periodo della storia d’Italia, la guerra civile che si innescò dopo l’8 settembre 1943, sono oramai sempre meno. Loro, che hanno vissuto sulla loro pelle paure, fame, a volte percosse e torture, e con la loro testimonianza diretta, vera e piena di passione, ci hanno informato e fatto capire cosa significa non avere democrazia e libertà, per il naturale passare del tempo lasciano il testimone a figli e nipoti.
Alcuni, però, hanno una tempra eccezionale ed è un onore e un’emozione poterli conoscere.
Ambrogio Riboldi, 95 anni il prossimo dicembre, l’ho incontrato a casa sua: un uomo eccezionale dalla mente lucida, che non ha perso la passione per gli ideali che lo hanno animato tutta la vita, ideali di uguaglianza, libertà, e che lo avevano portato, quando aveva vent’anni, a diventare partigiano nella 104a Brigata Garibaldi.
Sono andata a trovare il Sig. Riboldi perché, da partigiano, era stato catturato in una retata ad Arcore e portato a San Vittore a Milano. Chi meglio di lui poteva raccontarmi come era la vita nel carcere durante l’ultimo periodo della guerra?
Sto scrivendo un romanzo basato su una storia vera, e il mio protagonista fu portato a San Vittore nell’aprile del 1944. Ambrogio Riboldi ci andò dal febbraio 1945 fino alla fine della guerra, il 24 aprile 1945, quando il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) aveva scarcerato tutti i prigionieri un giorno prima della liberazione ufficiale d’Italia.
Ambrogio ebbe alcune fortune, una delle più importanti fu quella di finire davanti a un giudice che segretamente non aveva grandi simpatie per i fascisti e, in compenso, da milanese doc soffriva letteralmente la fame (in quel momento chi viveva in città aveva più problemi a reperire cibo rispetto a chi viveva in campagna). Propose perciò a Riboldi e a due suoi compagni partigiani arcoresi uno scambio: lui li avrebbe aiutati a non finire nella lista dei deportati e loro gli avrebbero procurato della carne da mangiare. Fu così che in tutta Arcore, che a quel tempo era un paesino, si fece una colletta per comprare della carne alla borsa nera.
La vita a san Vittore in quel periodo era pessima: quattro prigionieri in una cella che era destinata originariamente a uno solo, di conseguenza si dormiva sul pavimento perché i letti non ci stavano, sul quale c’era sporco e insetti di ogni tipo. I carcerati erano sempre chiusi nelle loro quattro mura, si usciva una volta al giorno per l’ora d’aria e, un prigioniero a turno, per svuotare il bugliolo (secchio per i bisogni corporali). Il cibo, inutile dirlo, era orribile: al mattino caffè di cicoria e poi per tutto il giorno doveva bastare una scodella di brodaglia e un bastoncino di pane nero.
In compenso in carcere c’era molta solidarietà, sia tra detenuti comuni che politici.
Il momento più inquietante era la sera, quando si sentiva il rimbombo degli stivali tedeschi che, con passo deciso, avanzavano nei corridoi: il cuore accelerava e lo stomaco ci chiudeva per la paura, perché i nazisti sceglievano, apparentemente a caso, dei prigionieri e se li portavano via. Uomini che, puntualmente, non tornavano più.
La consapevolezza di quello che siamo stati è fondamentale per capire dove vogliamo andare e cosa vogliamo fare nel futuro. Questo è un concetto da cui no si può prescindere, come popolo, come nazione.
Conoscere la nostra storia, gli errori commessi, è una prerogativa per non ricadere negli stessi sbagli, non ritrovarsi con gli stessi pericoli alle porte.
Ambrogio Riboldi ha ribadito un concetto importantissimo: “L’Europa unificata è meravigliosa: da quando le nazioni europee si sono unite non ci sono state più guerre.” Per molti, forse, sembra un fatto scontato che qui dove viviamo non ci siano guerre, ma si sbagliano, perché è proprio grazie all’unità d’intenti delle diverse nazioni europee che si sono scongiurati altri scontri bellici. Certo, l’Europa deve crescere e migliorare, ma bisogna darle il tempo e bisogna crederci.
Ringrazio il sig. Riboldi per avermi accolto e raccontato un piccolo pezzo della sua vita, che ha arricchito la mia.

Il libro che parla della vita di Ambrogio Riboldi

Annunci
Pubblicato in NEWS | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

KRYSTYNA

Il vaso di fiori sul davanzale. Quella mattina Krystyna aveva iniziato a pensare a quel suo vasetto in terracotta, dalla forma banale, ma che ravvivava la sua stanza ogni estate con dei fiori che, puntualmente, ricrescevano in primavera. Krystyna riuscì persino a sorridere al pensiero dei fiori.
Amava la sua camera: un letto di legno con un intarsio in madreperla sulla sponda e un comodo materasso, il copriletto ricamato, un armadio con lo specchio sull’anta e una piccola scrivania dove stava a studiare e a fare i compiti. E poi i cuscini colorati, le bambole… ora sembrava tutto così lontano, sembrava un sogno.
La sua famiglia aveva una bella casa in via Izaaka nel quartiere Kazimierz a Cracovia, un appartamento in un edificio in mattoni che, sopra alla porta, aveva la data di costruzione: 1906. Era vicina alla piazza del mercato e lei amava andare a fare la spesa con la mamma. C’era la signora che vendeva i polli e veniva dalla campagna, il signor Rubinowicz che preparava un pane buonissimo, la signora Bielski che aveva sempre la verdura fresca. Krystyna sospirò lievemente. Pensò anche ai suoi bei vestiti, ne aveva uno in velluto marrone con il colletto di pizzo che amava particolarmente. Era bello indossarlo dopo aver fatto un bagno caldo nella vasca, con il sapone profumato. Al quel pensiero una lacrima le rigò la guancia.
A Krystyna piaceva la sua vita prima che arrivassero i nazisti, era felice.
Non riuscì mai a capire perché dovettero abbandonare tutto e andare a vivere in un altro quartiere di Cracovia, un ghetto racchiuso da un muro alto 3 metri, in cui i soldati li avevano ammassati. Suo papà le aveva detto che erano più di 16.000 in 320 case. Lì incominciò il periodo triste, e anche se tentarono di spiegarle i motivi, lei, Krystyna, non capiva perché non aveva il diritto di stare nella sua casa, di continuare a studiare nella sua scuola ed essere libera come gli altri abitanti di Cracovia non ebrei. Non era giusto.
Ma ormai aveva abbandonato quei pensieri sulla giustizia, aveva ben altri affanni.
Quella mattina, infatti, non riusciva ad alzarsi. Era distesa sul tavolaccio della sua baracca in quell’orribile posto che si chiamava Auschwitz II o Birkenau. Guardava fisso davanti a sé e pensava al suo vaso di fiori, alla sua casa e a tutto il resto, ma faceva fatica persino a respirare.
Avrebbe voluto dimenticare l’umiliazione di essersi dovuta spogliare nuda davanti a un uomo tedesco, e poi le avevano rasato i suoi bei capelli, le avevano portato via tutto e aveva dovuto mettersi quell’orribile vestito a strisce, sporco e puzzolente. Quanto era terrorizzata… aveva riconosciuto sua mamma a stento, dopo la rasatura dei capelli. Si erano abbracciate e avevano pianto.
«Dov’è il papà?» aveva chiesto, ma sua mamma lo ignorava. Non lo avevano più visto. Questo era successo qualche mese prima, non sapeva quanti.
Ora vivevano a stento: mangiavano una zuppa di rape a pranzo e del pane alla sera, poco, troppo poco. A Krystyna era venuta la dissenteria, ma le donne che erano al campo da più tempo avevano detto di non dire niente, di tenerlo nascosto, o, sapendola malata, l’avrebbero mandata a morire nelle camere a gas.
Le camere a gas… quando ne parlarono la prima volta non riusciva a capire cosa fossero, poi glielo avevano spiegato. A Krystyna, però, rimaneva una grande domanda a cui nessuno sapeva rispondere: perché?
Quella mattina l’avevano portata fuori le altre donne, sostenendola per l’appello generale, tutte in fila, l’avevano messa nel centro del suo blocco, così che le guardie non vedessero la sua debolezza. Ma ora non riusciva più a muoversi.
Il suo corpo dodicenne si era ridotto a uno scheletro e la dissenteria le aveva tolto tutte le energie. La mamma era dovuta andare a lavorare e l’aveva lasciata sola, dandole un bacio e dicendole di farsi forza. I tedeschi dicevano che il lavoro rende liberi… forse liberi di morire.
Krystyna ripensò ai fiori violetti sul suo davanzale, alle tendine di pizzo che si muovevano con la brezza e la luce del sole che entrava nella stanza.
Chiuse gli occhi e smise di respirare.


Novembre 2018 – Per il nuovo libro, la cui storia si svolge tra il 1943 e il 1945, Claudia Ryan si è recata ad Auschwitz Birkenau .

Luoghi, informazioni, emozioni… una ricchezza che si acquisisce solo andando nei posti dove la storia è accaduta.

 

Pubblicato in NEWS, Racconti | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

PREMIO NOBEL PER LA PACE A NADIA MURAD

«A un certo punto non resta altro che gli stupri. Diventano la tua normalità. Non sai chi sarà il prossimo ad aprire la porta per abusare di te, sai solo che succederà e che domani potrebbe essere peggio» scrive Nadia Murad raccontando la sua prigionia presso i Daesh, con una lucidità spietata, che non lascia adito a speranza.
Nadia Murad è stata insignita del premio Nobel per la Pace 2018, insieme al medico congolese Denis Mukwege. Il premio le è stato assegnato perché in questi ultimi anni la giovane yazida ha attivamente e instancabilmente testimoniato le brutture che i Daesh, dall’agosto 2014, hanno inflitto al suo popolo, portando la sua storia come esempio tangibile.

«Quell’anno era estate, io vivevo nel mio villaggio con la mia famiglia. Tutto andava bene. Poi sono arrivati gli uomini dell’Isis e tutto è finito. In poche ore hanno ucciso tutti gli uomini che sono riusciti a trovare, inclusi sei dei miei fratelli. Le donne e i bambini sono stati portati via. Ci hanno caricato tutti su un pullman e portati a Mosul dove avevano la loro roccaforte. Il posto dove ci tenevano era una specie di prigione. Rinchiuse con me c’erano centinaia di altre donne e bambini, anche molto piccoli, che gli uomini si scambiavano tra loro come fossero cose. Una sera, uno degli uomini venne da me. Mi ha picchiato e mi ha portato via, in una stanza piena di altri soldati fino a quando non sono svenuta». (da un’intervista su Vanity Fair, maggio 2016)
Questa descrizione rispecchia ciò che, tragicamente, hanno vissuto tutti gli yazidi che non sono riusciti a scappare all’arrivo dei miliziani dell’ISIS.
Nell’agosto 2015 sono andata a Duhok nel Kurdistan iracheno, a 40 chilometri dai Daesh, per intervistare quelle donne che erano state loro schiave ed erano riuscite a scappare. Ho ascoltato storie simili a quelle di Nadia: tanti elementi in comune, ma alla fine vicende tutte diverse.
Da quel viaggio è nato il romanzo “Hana la yazida – L’inferno è sulla Terra” (San Paolo edizioni), dove Hana, una donna inventata, incarna le realtà vissute dalle prigioniere yazide, che dopo l’arrivo degli uomini dell’ISIS hanno perso non solo la loro libertà, ma anche la famiglia, la casa e tutti i loro averi; sono state umiliate, stuprate, a volte brutalizzate.

Nadia Murad è riuscita a fuggire dal suo inferno per un caso fortunato: il suo carceriere, un giorno, si dimenticò di chiudere a chiave la porta. Un’altra donna che ho intervistato, Gulan, fu in grado di scappare perché una notte gli uomini che vennero a stuprare lei e le sue compagne dovettero andare a combattere improvvisamente, e l’ultimo si dimenticò di chiudere la casa. Non bisogna credere che, in una situazione come questa, sia facile decidere di andarsene. La paura di essere catturate e punite, la non sicurezza di essere effettivamente sole può inchiodare le vittime, che di conseguenza non hanno il coraggio di uscire, di trovare una via di fuga. Ma Nadia, Gulan e molte altre ce l’hanno fatta, con una risolutezza che trova le sue radici nella disperazione.
Nadia ebbe poi la fortuna di arrivare in Europa, Gulan vive ancora in una tenda nel campo IDP (Internally Displaced People) a Khanke, vicino a Duhok.
A Duhok opera Jinda Centre, un centro per aiutare le donne e ragazze yazide che hanno vissuto la terribile esperienza di essere prigioniere dei Daesh, ma anche le famiglie, sfollate in tende in quanto la loro casa è stata distrutta. Ogni anno in novembre e dicembre raccolgo delle donazioni che invio a Jinda: un piccolo apporto per aiutare questa associazione non governativa che vive con i contributi donati.
Il villaggio di Nadia, Kocho, è stato distrutto, e questa è la fine che hanno fatto molti altri paesi nella piana di Sinjar. I Daesh non hanno abbattuto solo luoghi e ucciso persone, ma hanno distrutto sogni. Sogni piccoli e grandi, legati a un futuro semplice o ad aspettative più ambiziose.
Nadia Murad sognava di diventare una parrucchiera e truccatrice, seguire un corso da estetista che le permettesse di rendere le persone, e in particolare le spose, più belle.
Auguro ad ogni donna e ragazza yazida di avere la possibilità di mettere in atto il suo sogno, auguro al popolo curdo (di cui gli yazidi fanno parte) di non abbandonare il loro sogno, quello di libertà e democrazia.

Links:

Romanzo Hana la yazida – L’inferno è sulla Terra

Il Kurdistan: dove si svolge il romanzo

Jinda Centre a Duhok

Pubblicato in NEWS | Contrassegnato , , , , , , , , , | Lascia un commento

AD 2018: a Merano Albrecht Dürer fino al 29.07.18

Già il Castello principesco a Merano merita una visita per il suo fascino storico, ma ora, fino al 29 luglio, il prezzo del biglietto ha un plusvalore: nella sala al piano terra è in corso una mostra di opere incisorie del grande artista tedesco Albrecht Dürer e di artisti a lui contemporanei.

“Adamo ed Eva” doi Albrecht Dürer

Le incisioni provengono dalla collezione privata di Sandra e Alberto Alberghini, ed è possibile ammirare capolavoli come Melancolia e  La Madonna delle Lepri, ma anche “Adamo ed Eva”, un’incisione realizzata nel 1504: non è l’opera famosa e conosciuta, ma probabilmente una copia di una delle due versioni andate perdute.

Sono presenti anche una serie di fogli di uno dei più importanti volumi pubblicati dopo l’invenzione della stampa, il Liber Chronicarum, del 1493. In queste stampe si può ammirare l’incredibile capacità di un giovane Dürer, poco più che ventenne, che in abilità artistiche già superava i suoi maestri Michael Wolgemuth e Wilhelm Pleydenwurff.

Ammirare queste stupende incisioni significa soffermarsi ad osservare i dettagli: ombre e luci sono date esclusivamente da linee parallele o sovrapposte che, con incredibile sensibilità e capacità dell’artista, creano i volumi dei soggetti, ma anche i particolari delle espressioni, dei capelli, degli oggetti presenti i tante composizioni. Non basta uno sguardo distratto per cogliere la meraviglia che ogni singola opera ci propone, ma bisogna perdersi nell’opera stessa per capire ed apprezzare le scelte dell’autore.

Due piccole precisazioni: quando l’artista incideva le opere le doveva pensare al contrario, cioè doveva già sapere come sarebbero venute quando sarebbero state stampate sulla carta, al contrario rispetto a come lui le realizzava. Inoltre nella mostra sono presenti opere al “bulino” e “xilografie”: le prime sono state incise su lastra metallica, le seconde su una tavola lignea, perciò è interessante vedere come le linee della prima tecnica sono più sottili e precise rispetto a quelle della seconda tecnica.

“La Madonna delle Lepri” di Albrecht Dürer

“Il sole e la luna

Pubblicato in Arte in poche righe, NEWS | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Good books: ULTIMO BANCO – PERCHE’ INSEGNANTI E STUDENTI POSSONO SALVARE L’ITALIA di Giovanni Floris

 

ULTIMO BANCO Perché insegnanti e studenti possono salvare l’Italia di Giovanni Floris è un libro che dovrebbero leggerlo tutti. Gli insegnanti, gli studenti, i genitori e anche quelli che oramai sono lontani dalla scuola perché non rientrano in nessuna di queste tre categorie. La scuola è importante, forma i futuri cittadini, e proprio per questo bisognerebbe essere più consapevoli di cosa è davvero il mondo scolastico e uscire dai soliti stereotipi. “Se svuotiamo di senso il lavoro alla base di tutto, quello della scuola, se delegittimiamo l’istituzione incaricata di farci capire fin dall’inizio che cosa è accettabile e che cosa no in un discorso sociale e culturale condiviso, l’ignoranza va al potere e il vocabolario miserrimo del somaro di turno diventa quello cui la comunità intera è condannata.” Ecco perché lo dovrebbero leggere tutti: chi è già nel mondo scolastico può trovare un punto di vista diverso o una conferma a ciò che pensa, chi è lontano dalla scuola potrebbe consapevolizzarsi di quanto sia grave trascurare quest’ambito, di quanto dovrebbe essere importante considerare la scuola una barriera alla dilagante superficialità della nostra società.
Solo chi è insegnante o chi è (o è stato) molto vicino a un insegnante può scrivere con l’attenzione e la sensibilità che ha dimostrato Floris nei confronti della categoria dei docenti: lui, infatti, è figlio di una professoressa. Condivido il suo pensiero, completamente. Ovviamente il libro parla di professionisti che fanno seriamente il loro lavoro, cioè la quasi totalità del corpo docente, le “mele marce” ci sono ovunque, quelli che tirano a campare ci sono in ogni ambito lavorativo, a tutte le latitudini, e non possono essere presi ad esempio per parlare di una categoria.
Floris evidenzia le difficoltà dei professori attuali (“I professori ogni giorno vanno «in scena» davanti al meno clemente dei pubblici” o “La burocrazia scolastica a volte sembra più cieca della proverbiale fortuna, e assai meno desiderabile”) e anche le loro frustrazioni, a partire dagli stipendi tra i più bassi d’Europa: “Paghiamo poco gli insegnanti perché non rispettiamo il lavoro che fanno, non nello specifico, ma in generale.” Ed è proprio così, come dimostrato dall’ultimo aumento, dopo dieci anni di attesa del rinnovo del contratto, che si è rivelato una vera elemosina, persino offensivo.
Dovrebbero leggerlo gli studenti, che a volte sembra abbiano perso di vista che a scuola non si va per prendere «un voto», ma si va per formare la propria cultura. “Da studenti ci siamo tutti posti la domanda: a che serve studiare? (…) serve a capire il mondo e noi stessi, a fare scelte più libere ed efficaci, a costruirci in definitiva una vita migliore.” Leggendo il libro si scopre che (fonte Censis e Ucsi) al primo posto tra i fattori ritenuti più centrali nell’immaginario collettivo della società di oggi nella fascia di età tra i quattordici e i ventinove anni ci sono i social network, seguiti dallo smartphone e dai selfie. Niente «posto fisso», «casa di proprietà» o «buon titolo di studio», quelli vengono dopo. La scuola dovrebbe capire questa nuova realtà e trovare strategie per combatterla, ma bisognerebbe motivare di più gli insegnanti, pagarli adeguatamente, trovare soldi per le strutture, per nuovi progetti…
Floris nel suo libro analizza il punto di vista degli studenti, il senso del rispetto, e sottolinea quanto sia importante il rapporto tra le persone, la solidarietà positiva e intelligente, portando l’esempio di una classe (alla maturità sette 100, di cui due con lode) dove “È la solidarietà tra gli studenti ha fatto la differenza. I più bravi hanno trascinato gli altri in nome di un senso di appartenenza e di squadra fuori dal comune. Nessuno alla fine è rimasto indietro.”
Dovrebbero leggerlo i genitori, che spesso sono peggio dei figli nel puntare solo «al voto», senza considerare cosa davvero i loro figli sanno e sanno fare, e che ritengono che la scuola sia un’impresa che offre un servizio e perciò, a volte, pensano di avere il diritto di dire al docente come comportarsi, “Ma così negano ai figli la possibilità del confronto e della crescita: pensano di tutelarli, ma non fanno altro che danneggiarli”.
Infine lo dovrebbero leggere anche coloro che con la scuola non hanno nulla a cui spartire perché è importante essere consapevoli che, come dice Floris, “se sappiamo di non sapere, dobbiamo studiare”, e la scuola è il luogo deputato per lo studio, crogiolo della futura società. Se la scuola funziona, se si investe e si punta ad un suo miglioramento, tutta la società ne ha giovamento.
In questo bel libro che racconta la scuola italiana, lungo 193 pagine, Floris chiude con un capitolo dal titolo “Tali e quali”, dove analizza la classe politica attuale (“L’ignoranza al potere”) e il rapporto che può esistere tra «cultura» e «potere politico». “Ma allora erano meglio i premier secchioni di ieri? L’austera classe politica dalle molte medaglie accademiche? I professori al potere non hanno sbagliato come gli altri? Però la partita non si gioca tra sbagliare e non sbagliare: chi fa sbaglia, lo sappiamo tutti. È tra fare (e accettare di sbagliare) dopo essersi preparati e andare alla ventura convinti di poter improvvisare. Tra lo sbagliare e imparare dall’errore e il truccare da successo l’errore commesso”.
Un libro interessante, piacevole, scorrevole nella lettura, ma che lascia l’amaro in bocca. Perché da che ne ho memoria nessun Governo ha mai investito nella scuola e, visti gli orizzonti attuali, c’è ben poca speranza che qualcuno lo faccia.
“Restituire centralità al ruolo degli insegnanti è il primo passo per cambiare la scuola. E il Paese.” Speriamo che qualche politico che conti raccolga e faccia sua l’idea di Floris.

Giovanni Floris
ULTIMO BANCO – PERCHÉ INSEGNANTI E STUDENTI POSSONO SALVARE L’ITALIA
Solferino

Pubblicato in Good Books, SCUOLA | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Citazioni da GIANRICO CAROFIGLIO e JACOPO ROSATELLI

Normalmente in questa sezione del blog inserisco citazioni d’arte. In questo caso è un’arte un po’ particolare, quella della politica. Ho letto il libro di Gianrico Carofiglio (con Jacopo Rosatelli) “Con i piedi nel fango – Conversazioni su politica e verità” e l’ho trovato affascinante: un piccolo libro su cui meditare, affermazioni che sento mie, una visione della politica di cui si ha sempre bisogno.
Ho deciso di pubblicare alcune citazioni tratte da questa conversazione dove Rosatelli pone le domande e Carofiglio risponde raccontandoci il suo punto di vista.

(…) occorre essere disposti a mettere in discussione alcune semplificazioni in voga. La prima è quella che vuole la società civile “buona” contrapposta a quella politica “cattiva”. Da una parte ci sarebbe un popolo sempre sincero e giusto, dall’altra una casta bugiarda e truffaldina. E’ una semplificazione che si specchia in quella contraria: la gente ignorante e diseducata contro classi dirigenti sapienti e responsabili. (Jacopo Rosatelli)

Il punto di partenza per ogni ragionamento sulla politica – sull’etica della politica nei comportamenti individuali e collettivi – deve essere il rifiuto dell’indifferenza. (Gianrico Carofiglio)

(…) la pratica patologica di chi in rete, protetto spesso dall’anonimato, offende, minaccia, inveisce. Questa non è partecipazione ma solo una forma diversa e velenosa di indifferenza. (…) Attivismo nevrotico di chi partecipa alla fiera del rancore. Che nulla ha a che fare con l’agire politico individuale e collettivo, nutrito di cultura, studio e passione.
(G C)

Io penso che l’idea che un elettore possa o debba identificarsi nel partito o nella lista che vota, sia fuorviante. Il voto di regola è scegliere chi è meno lontano da noi, non ci corrisponde perfettamente. E questo perché capita molto di rado di trovare qualcuno – un partito o un movimento – che ci corrisponda perfettamente. (…) Tutto ciò ha un corollario: non andare a votare, alla fine dei conti, in molti casi significa votare per chi è più lontano da noi. (G C)

Quello che dobbiamo detestare è l’idea dell’indifferenza, l’idea dell’astensione dalle responsabilità. (GC)

E’ necessario prendere parte alle decisioni che riguardano il mondo, con una doppia consapevolezza: che non tutto dipende dalla politica e che nel mondo, nella storia, è rintracciabile una direzione positiva di progresso. (GC)

La fame nel mondo si riduce di anno in anno, in un futuro non molto lontano verrà eliminata e questo dipende – e dipenderà – dal lavoro di uomini, donne, organizzazioni, istituzioni che hanno scelto di non essere indifferenti. (GC)

(…) la democrazia è accordo fra diversi e non confronto muscolare all’insegna del “vincere o perdere tutto”. (JR)

Il compromesso (…) è figlio di una convinzione: nelle opinioni altrui, degli avversari, c’è sempre qualcosa di giusto, qualcosa da accettare e includere. (GC)

(…) il politico che ha sempre la risposta a qualsiasi domanda, anche al di fuori della sua competenza specifica, è per definizione non credibile. (GC)

“Fa sempre del tuo meglio”. Allude alla dimensione etica dell’impegno, del fare le cose bene perché è giusto così, indipendentemente dalle ricompense o dalle conseguenze. (GC)

James Freeman Clarke (disse): “Un politico pensa al successo del suo partito, lo statista a quello del suo Paese”. (…) Oggi purtroppo il concetto di Clarkeandrebbe adeguato al ribasso: il politico medio non pensa nemmeno alle prossime elezioni ma al prossimo sondaggio o alla prossima risposta da dare su Facebook o Twitter. (GC)

Il problema della qualità della casse dirigente deriva anche da un circolo vizioso: si getta in modo incondizionato discredito sulla politica, in questo modo si tengono lontane le persone che a essa vorrebbero dedicarsi in modo sano e appassionato, e si lascia il campo libero proprio a quelli che poi corrispondono alla rappresentazione negativa e distruttiva del politico “bugiardo” e “corrotto”. (JR)

La tolleranza come pratica intellettuale e politica parte dalla consapevolezza che la stessa realtà materiale e sociale viene osservata da diversi punti di vista. (GC)

(…) una cosa è l’indignazione, virtù civile; un’altra lo sdegno, che è una patologia della nostra vita democratica. Allo sdegno segue l’ingiuria, spesso triviale, ed entrambi si legano di frequente a una fuga dall’impegno e dalla responsabilità. Il fenomeno diventa preoccupante se ne considerano la diffusione fra i giovani. (GC)

Un buon politico deve saper comunicare eticamente i valori che intende perseguire. (GC)

Citazione | Pubblicato il di | Contrassegnato , , , , , , , , , | Lascia un commento

L’ARTE DEL VEDERE: L’ANALISI ICONOGRAFICA

Un’opera d’arte può essere analizzata da diversi punti di vista: l’aspetto compositivo (analisi strutturale o formale), i materiali con cui è stata realizzata, gli elementi stilistici che caratterizzano chi l’ha creata, e, per le opere figurative, si può attuare anche un’analisi iconografica.

L’iconografia (dal greco eikon «immagine» e graphé «disegno») classifica le immagini in base al loro soggetto. Quando si effettua questo tipo di analisi bisogna perciò spiegare che cosa l’opera raffigura e in che modo: quale episodio, quali personaggi, come il tema è stato rappresentato. Tra gli esempi delle iconografie più diffuse nella cultura occidentale troviamo: gli episodi mitologici, il ritratto, la Madonna col Bambino, i momenti salienti della vita di Gesù, il Giudizio Universale, le vite dei Santi, la Pietà (la Madonna con Cristo morto), il paesaggio.

Claudia Ryan propone alcuni esempi che possono aiutare il fruitore nella lettura di un’opera d’arte: L’ANALISI ICONOGRAFICA

Michelangelo, Tondo Doni, 1505-06

Screenshot_20180124-145357

Pubblicato in Arte in poche righe | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento